La tonnara di Marzamemi nasce nel 1555, quando viene concessa dalla Regia Corte a un barone spagnolo. Nei primi anni non si pescava tutti gli anni: i tonni erano talmente tanti che non si riusciva a conservarli tutti, visto che venivano soprattutto salati e messi in botti di legno. Solo dalla seconda metà del Settecento la pesca divenne annuale.
Nel 1655 la tonnara passò alla famiglia Calascibetta di Piazza Armerina, che la diede in gestione ai Nicolaci di Noto, diventati poi principi nel 1774. A partire dal 1746 iniziarono i lavori che hanno dato forma al borgo come lo conosciamo oggi: il palazzo signorile, la chiesa, le case dei pescatori e i magazzini. Per costruirli furono utilizzate le antiche latomie greche, ancora visibili davanti alla veranda del ristorante Al Boccone. Alla Balata, il grande piazzale sul mare, si scaricavano i tonni e ancora oggi si possono vedere la fabbrica del ghiaccio e la casa Cappuccio.
Con la nascita di Pachino, Marzamemi conobbe un nuovo periodo di crescita: lungo la via principale sorsero i magazzini dove si conservavano il vino rosso di Pachino, spedito via mare fino in Liguria e in Francia, e il sale prodotto nelle saline di Marzamemi e Morghella.
Dal 1868 la tonnara appartenne ai principi di Villadorata e, dal 1899, fu attivato anche uno stabilimento per la conservazione del tonno sott’olio in lattina, seguendo un’innovazione già introdotta dai Florio a Favignana. A fine Ottocento si pescavano in media circa 4.500 tonni all’anno. Dal 1922 però iniziò un lento declino: lo stabilimento chiuse e i tonni venivano venduti al mercato di Catania. Riaprì nel 1937, ma solo per la lavorazione del pesce azzurro.
Il 12 giugno 1943, pochi giorni prima dello sbarco alleato, la tonnara fu mitragliata dall’aviazione inglese, causando morti e feriti. Riprese a funzionare l’anno successivo, ma con risultati sempre più modesti, fino alla chiusura definitiva nel 1969.
Come funzionava la tonnara
La tonnara restava in mare per circa tre mesi ed era composta da una serie di reti verticali che formavano tre “camere”: la grande, la piccola e la camera della morte. Le prime due servivano a guidare i tonni verso l’ultima, dove avveniva la mattanza.
Un lungo sbarramento di rete, chiamato pedale, collegava le camere alla costa. I tonni, arrivando dal nord, seguivano questa barriera fino a rimanere intrappolati. Attorno alla camera della morte sostavano le grandi barche, gli scieri, guidate dal rais. Quando il pescato era abbondante, il rais dava il segnale e le reti venivano sollevate al ritmo della cialoma, il canto dei tonnaroti. I tonni venivano poi arpionati e issati a bordo.
“Fare cappotto”
I tonni catturati venivano contati e segnalati con bandiere colorate che il principe osservava dalla terrazza del palazzo. Il massimo del pescato veniva indicato con un “cappotto” issato sull’imbarcazione: da qui nascerebbe l’espressione fare cappotto, cioè ottenere un grande successo.
Una volta a terra, il tonno veniva lavorato nella camperia, dove veniva squartato e fatto sgocciolare. In origine si conservava solo sotto sale; più tardi si passò alla bollitura e alla conservazione sott’olio.
Il lavoro in tonnara impegnava i pescatori per circa cento giorni l’anno. Ad aprile iniziavano i preparativi delle reti, che venivano sistemate negli ampi spazi di piazza Regina Margherita, progettata proprio per questo scopo.
I marinai provenienti da Avola e Siracusa vivevano per tutta la stagione nei pagghiari, piccole case attorno alla piazza. Erano abitazioni molto semplici, spesso condivise da più famiglie, senza servizi igienici né acqua corrente. L’acqua veniva distribuita in quantità limitata e la vita era dura, ma profondamente legata al mare e ai suoi ritmi.

